Marco Lodola
Un artista vivente che non ha sigarette, che non può comperare le scarpe alla moglie, non è interessante per i produttori cinematografici perché mancano ancora tre generazioni di chiacchieroni a confermare che è un genio. Una sola generazione di chiacchieroni non gli basta. "L'affannosa ricerca dell'anima dell'artista". (Einrich Böll - Opinioni di un clown)
Chi sarà in grado di stabilire se Marco Lodola può essere a tutti i diritti definito un artista? Stando alle riflessioni di Böll, saranno i nostri pronipoti a poterlo dire. L'arte di Marco Lodola - plastica, colorata, divertente e apparentemente frivola - in tutte le sue connotazioni specifiche affonda le radici nella complessità controversa dell'epoca contemporanea, interpretandone con sguardo lucido ma ironico e mai distruttivo sia aspetti negativi che suggestioni positive.
Se è vero che oggi l'artista non è più il "genio" che si investe del dovere " … di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell'epoca per scaricarla del suo malessere psicologico " (Antonin Artaud - per gli ignoranti) ci si deve chiedere, e ci si è tante volte chiesto con differenti opzioni di risposta, chi è allora l'artista alle soglie del Terzo Millennio? Un'indagine sull'operato di Lodola non è certo la risposta, piuttosto una delle tante possibili.
Si può riconoscere un artista prima di tutto per un proprio "segno" autonomo e articolato, che sia marchio di riconoscimento della sua estetica; in questo senso, Lodola ha una sua personalità artistica inconfondibile, a partire da uno dei momenti primari della creazione: la scelta del materiale. Plexiglas, perspex, neon sono i mezzi con cui egli lavora per un'estetica metropolitana, attraverso cui questi materiali poveri e urbani si trasfigurano in immagini e forme che reinventano il mondo contemporaneo per riempirlo di colori e riferimenti.
Riferimenti ai simboli della società contemporanea che ha tra i suoi miti più rappresentativi il cinema, la commedia musicale, il mondo della pubblicità, della musica e i cui meccanismi ormai consolidati sono quelli della cultura dell'immagine che viaggia sui binari della comunicazione di massa.
Un'arte, dunque, non superficiale, non priva di contenuto come qualcuno la vuole interpretare per il solo fatto che non si investe di "sofferta problematicità" e che si presenta in tutta la sua immediata forza d'apparenza.
"Figlio della ricca e operosa provincia pavese, Lodola proietta il suo viaggio sull'incerta via dell'arte: la sua Lombardia diventa la Trieste di Svevo, la Lubecca di Mann o, perché no, la Brescia dei Timoria. Un angolo nebbioso come osservatorio del mondo." (Omar Pedrini - Lodolandia '99)
Ama definirsi un "paesano", lui che è nato nel 1955 a Dorno e che tuttora vive a Pavia. Delle sue origini fa dunque un vanto, quasi un vezzo, a sottolineare la consapevolezza di quella fame di cultura che, per ragioni intrinseche, l'uomo della provincia tende a saziare con una forza e una determinazione accentuata. Per dirla con le parole stesse di Lodola: "Prendi un pugile. Se un pugile è venuto su in palestra non avrà mai la grinta di uno nato nella strada o nel ghetto. Gli mancherà sempre la fame, quella che spinge avanti…".
Dalla provincia lombarda l'immaginario artistico di Lodola sconfina verso l'America, verso Hollywood e il suo prodotto più tipico degli anni '40-'50: il musical. Le figure danzanti sono le più ricorrenti nella sua iconografia, siano esse in coppia o sole ma sempre senza volto; così che queste forme sono insieme anonime silhouettes ed anche opere vive, a cui i colori - quelli primari - riescono a infondere un ritmo, un potere evocativo che riconduce immediatamente alla musica.
E la musica è proprio una componente strutturale del prodotto artistico. Per Lodola l'arte ai giorni nostri deve essere un modo di comunicare a tutti i livelli, in un'epoca in cui "…arriva alla gente molto più efficacemente una rockstar che un artista con colori e pennelli".
La musica come veicolo di comunicazione - certo - ma anche come stimolo all'arte visiva, da cui a sua volta riceve stimolo: non a caso Lodola lavora spesso con cantanti e gruppi, tra cui Jovanotti, gli 883, ma soprattutto Andy dei Bluvertigo e i Timoria per i quali ha realizzato il cavallo che si staglia sulla copertina dell'album 1999.
Nella musica del resto, così come nella danza, Lodola riconosce una ritualità quasi ancestrale, con un forte potere sociale. Nel 2000 si è reso protagonista di un progetto per la stagione del Teatro Massimo di Palermo, per il quale ha realizzato Gli avidi lumi: si tratta di quattro totem luminosi costituiti da tessere raffiguranti episodi delle nove opere che hanno composto la stagione lirica; in questi enormi steli al valore estetico si unisce quello pratico di elementi urbani che stabiliscono un legame con la città, a cui illustrano le attività del Teatro.
Le motivazioni del percorso creativo lodoliano sono dunque più che mai connesse alla realtà della nostra epoca, della nostra società, fatta di immagini che provengono dalla musica, dal cinema, dalla pubblicità, dal fumetto; una società iper-urbanizzata, tecnologizzata. In stretto rapporto con lo spirito della Pop art, Lodola adotta un'estetica del quotidiano con cui riesce a rendere accettabili le forme più banali e scontate, in un continuo gioco di interscambio tra forme alte e basse della cultura contemporanea.
Inevitabilmente sono state mosse anche critiche al suo operato: critiche fondate sul pregiudizio secondo cui l'arte deve essere portatrice dell'angoscia del mondo in forme, per così dire, "canonizzate"; qualcuno attribuisce il successo di Lodola come artista al suo accesso nel circuito commerciale dell'arte, in cui si può essere spesso sopravvalutati. Anche perché si è impegnato in progetti pubblicitari, con grandi industrie come la Swatch o la Illy, per cui ha realizzato la serie delle Tazzine ballerine.
Il discorso si fa lungo e complesso: i meccanismi che muovono oggi l'arte sono infiniti e controversi. Indubbiamente un serio lavoro sull'artista meriterebbe una parentesi anche su questa questione. Ciò che si può qui appena accennare è il fatto che l'artista può posare il suo sguardo sul mondo in diversi modi: con slancio eroico e ribelle, per sottolinearne le drammatiche contraddizioni; ma anche con un atteggiamento ironico o, più ancora, ludico. Se l'arte è un atto di libertà, perché si deve condannare la libertà di giocare? D'altro canto in questo Lodola ha dei precedenti illustri: "Lasciatemi divertire" era il credo di Palazzeschi, materializzato nel Futurismo romano di Balla e soprattutto di Depero.
Non un'arte superficiale dunque - dato che non si astiene dal rapportarsi alla contraddittoria realtà - ma gioiosa e leggera, eppure non priva di riferimenti culturali profondi. Il complesso mondo lodoliano è fatto dunque di confronto con la tecnologia quotidiana, piegata ad una ricerca estetica che sappia valorizzare materiali, colori e procedimenti industriali; di confronto con l'immaginario codificato dal secolo appena trascorso e patrimonio ereditato dal Terzo millennio (quello del cinema e della tv , della pubblicità che si incarna in insegne luminose); di confronto con la sperimentazione e la multimedialità, in un continuo interscambio tra le diverse forme d'arte e di vita. E questo mondo non è più solo un luogo astratto, ma anche fisico: Lodolandia. Marco Lodola ha trasformato un ex-capannone industriale di Pavia in studio artistico dove dare spazio e forma a tutte queste suggestioni, in una continua contaminazione tra un territorio artistico e l'altro.
Qui prendono corpo quelle forme colorate, ritagliate nel plexigas e nel perspex, ricoperte di colori sgargianti e luminosi in virtù del neon, per un universo dove la danza si unisce ai punk, ai personaggi dei fumetti, ma anche alla mitologia - sia essa egiziana o hollywoodiana. Una visione estetica e raffinata, che se da un lato accetta senza dramma le ambiguità, le "bassezze" culturali contemporanee, dall'altro sa anche metterle in crisi nel suo stesso ridurle ad una realtà immateriale dove ciò che conta prima di tutto sono i contorni, le luci, i colori.
Margherita



